Amore e morte, come sole e luna

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L’amore è esperienza di vita, di pienezza. L’innamorato, pur in mezzo a dolci sofferenze, si sente felice, perchè si sente vivo come non si è mai sentito prima. La morte invece è l’esatto contrario della vita: la sua fine, l’invalicabile barriera, un vicolo chiuso in fondo alla strada, l’ultima fetta della torta, l’ultimo respiro.
Perchè allora “amore” e “morte”, questi due personaggi così diversi tra loro (uno il protagonista di una commedia, l’altro quello di una tragedia), queste due entità così imparagonabili, sarebbero legate tra loro? Una lunga tradizione di artisti, scrittori, musicisti e scultori, li vede come due facce di una stessa medaglia, come il bruco e la farfalla. A prima vista ciò può apparire insensato, e invece è vero, sotto tanti punti di vista.
Per cercare di capire come, vediamo innanzitutto in che senso “amore” e “morte” possono considerarsi legati e come i grandi artisti del presente e del passato hanno parlato di questo nodo.
Il binomio amore-morte è stato portato alla ribalta soprattutto dalla sensibilità romantica del 1700/1800 (Foscolo, Leopardi, Canova ecc.), ma ha radici antichissime, e diverse interessanti documentazioni anche in ambito classico.
Molte delle poesie di Catullo, i cosiddetti “carmi” trattano il tema della morte, della brevità della vita. Il poeta, ad esempio nel famoso testo del “carpe diem”, invita noi lettori a godere intensamente delle gioie che la vita ci dà, perchè essa non dura. E questo discorso vale massimamente per l’amore, che rappresenta il massimo piacere che l’esistenza ci possa offrire. Nella quinta poesia del Liber, Catullo chiede migliaia di baci a Lesbia, la donna amata: baci quasi sulla soglia dell’oscurità, baci strappati fuggevolmente alla brevità della vita, baci rubati mentre il tempo corre verso l’ultima porta…

Anche fuori dalla poesia, l’epica e la mitologia classiche sono il trionfo del binomio amore e morte: Venere e Marte (la dea della bellezza e dell’amore e il dio della guerra e del conflitto) vivono un amore adulterino; Apollo insegue la ninfa Dafne finchè una metamorfosi (immortalata magistralmente da Canova) rende impossibile questo amore; il mitico cantore Orfeo per amore sfida la morte e gli inferi per riportare alla luce l’amata Euridice, Psiche perde l’amato Apollo per eccessiva brama e curiosità…tutti amori impossibili, che vivono nella nostra fantasia ancora oggi. Storie d’amore segnate inesorabilmente dalla morte, da un divieto, da un’impossibilità, da un confine invalicabile.
A pensarci in effetti, se per “morte”, in senso lato, intendiamo una barriera insuperabile, qualcosa dell’altra persona che non riusciamo mai a raggiungere, un possesso pieno dell’oggetto (reale o immaginato) del nostro desiderio, essa è insita in ogni relazione d’amore, e ogni amore è da considerarsi sempre incompiuto…
Ritornando agli esempi offertici dalla letteratura, i grandi scrittori del medioevo (Dante e Petrarca su tutti), raccontano memorabili storie d’amore (più o meno reali) che si scontrano con la morte: tanto Beatrice quanto Laura, perfette quasi come angeli o come dee, sono prematuramente strappate agli occhi e alla penna dei loro poeti.
Attraverso la poesia, però, attraverso la fama dei loro capolavori, questi autori hanno reso eterno il loro amore e il ricordo della donna che amavano: il più bel regalo che un amante possa fare all’amata: renderla eterna, non farla morire mai, regalarle un ricordo immortale…
Molti altri scrittori raccontano di simili separazioni: oltre a Dante nella Vita Nova e a Petrarca nel Canzoniere, ci sarà Foscolo, nell’Ortis, ma anche Manzoni nei Promessi Sposi…
E’ interessante notare come in tutte queste storie il distacco, la perdita della persona amata (temporanea o definitiva) non sia mai affrontata allo stesso modo: a volte con fede e speranza (Dante, Manzoni), a volte con disperazione (Foscolo), addirittura fino al suicidio: non si può vivere senza colui/colei che si ama, e la morte dell’altro diventa la propria morte.
L’amore è ciò che dà senso alla vita, è l’unica cosa a cui davvero si tende. Perciò, per uno scrittore, è lo scopo unico della propria scrittura. Ce lo fa capire bene Dante quando nella Vita Nova scrive che, dopo la morte di Beatrice, la sua ambizione era quella di dire di Beatrice qualcosa “che non era mai stato detto di nessuna donna al mondo”.
Considerando la storia e la scrittura di Dante Alighieri, c’è un quesito interessante e forse un po’ inquietante che ci sorge: l’amore di Dante per Beatrice sarebbe stato così perfetto, eterno e mitico, se lei non fosse morta? Forse l’amore perfetto è solo nella morte, nell’irrealtà? Forse, come in molte poesie di Petrarca, l’amore vive solo nel sogno, nell’immaginazione e nel vagheggiamento?
In molte opere pittoriche del Rinascimento si percepisce un forte senso di fragilità, la malinconia di un amore sospeso nello scorrere del tempo, simile a quello che avevamo letto in Catullo. Quadri come la Primavera o Venere e Marte di Sandro Botticelli sono avvolte da questa atmosfera. L’ultimo dei quadri citati raffigura proprio la violenza guerrafondaia del dio della guerra vinta dall’amore. Perchè sì, l’amore può attenuare disumanità e sofferenze, come il fiore superstite al centro della Guernica di Pablo Picasso. Marte qui appare disarmato, non crudele e mortifero, quasi “morto” di sonno dopo un probabile momento di sesso adulterino.
Venendo ai romantici, come Foscolo o Leopardi, si vede come l’amore rappresenti per loro la più nobile e viva “illusione”; esso è ciò che rende la vita “non indegna” di essere vissuta (vita che, nella loro concezione del mondo, è costituita da esclusivamente sofferenze). Come scrive Foscolo nell’Ortis raccontando del bacio di Jacopo, o come scrive Leopardi nel Pensiero Dominante, l’amore sembra innalzare a un “paradiso”, porta “in oblio”, cioè fa dimenticare le sofferenze e il nulla che costituiscono la vita.
A fine ‘800, quando la pittura cerca di esprimere con forza sulla tela le emozioni di chi dipinge, molte celebri opere parlano di amore, di tempo, di morte. Edvard Munch, pittore norvegese, nella sua opera intitolata La danza della vita, rende ben chiaro che l’amore è il protagonista della vita e l’antagonista della morte e dello scorrere del tempo: amore è una nota di colore rosso in un universo in bianco e nero, è il vestito fulgido di una donna in mezzo alla scena, è un abbraccio romantico e uno sguardo pieno di trasporto nel mezzo di una danza macabra.
Naturalmente anche il 1900, grande secolo di rivoluzioni, cambiamenti e riflessioni filosofiche e psicologiche, mette spesso a tema, esplicitamente o implicitamente, la coppia di cui stiamo parlando.
Egon Schiele, pittore e incisore austriaco, realizza un’opera intitolata Abbraccio. Per poterla leggere e apprezzare appieno, e per capire perchè c’entra col legame amore-morte, bisogna considerare che il pittore lo dipinge nel 1917, durante gli orrori della grande guerra: i due ignoti amanti, proprio come Apollo e Psiche nella famosa statua di Canova, si abbracciano con trasporto fino a diventare un tutt’uno; e lo fanno proprio per sfuggire alla morte, ai rumori dei bombardamenti, ai fischi della distruzione e dell’annientamento.
Ancora una volta, come per Catullo e poi per i romantici, l’amore è un disperato tentativo fuga dalla morte. La morte futura, che ci aspetta inesorabile, ma anche quella di un presente orrendo e violento che ci avvolge. Il disperato attaccamento alla vita dei due amanti è descritto bene dalle pennellate irrequiete e nervose di Schiele, nei loro tratti quasi impauriti per la coscienza della caducità e del pericolo. Nudi, fragili e irrequieti nella tempesta questi due amanti cercano reciprocamente nell’altro un’ancora di salvezza.
Come nel bacio rubato del famoso dipinto di Hayez, come nella cruenta e romantica storia di Romeo e Giulietta, o di Antonio e Cleopatra di Shakespeare, e come in molte altre tragedie di amori impossibili o che, per decisione o fatalità, devono attraversare la morte.
In ambito più strettamente filosofico, lo psicanalista Fromm, sempre agli esordi del 1900, suscita un’altra riflessione. Nella sua opera più famosa egli indaga il rapporto tra “essere” ed “amore”. Da questo punto di vista si può considerare l’amore come “avere”, cioè come un possesso, un momento di pienezza. Proprio per questo esso, ancora una volta come descriveva Catullo, suscita la paura della morte, il terrore invincibile di perdere tutto: se l’amore è un “tutto” di pienezza di vita, esso a maggior ragione suscita la paura del silenzio, del vuoto. E’ proprio mentre abbracci chi ami che hai massimamente la paura di perderlo.
Fromm dice anche che in noi c’è un costitutivo desiderio di immortalità, e l’essere innamorati, come suggeriva anche Leopardi, dà proprio questa illusione. L’amore è vita che continua dopo la morte. Sia in senso psicologico che in senso biologico: generando figli è come se una parte di sè, grazie all’unione permessa dall’amore, prosegue dopo il nostro limite fisico. Quando c’è possesso, “brama di possesso” come nell’esperienza di amare qualcuno, di “possedere” qualcuno, c’è il massimo timore di morire. Anche in questo senso l’amore è legato alla morte, come paura di essa.
Gli scrittori di oggi non si sottraggono alle riflessioni su questo tema, attualizzando miti e tragedie classiche, e riproponendo in veste contemporanea le eterne storie d’amore impossibili di Giulietta e Romeo, e le situazioni che hanno affrontato Dante, Leopardi, Petrarca…
Non è un caso il successo nazionale avuto qualche anno fa da Bianca come il latte, rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia: in un certo senso, una moderna Vita Nova (da Leopardi e Dante l’autore riprende anche i nomi dei personaggi). E’ molto interessante come D’Avenia utilizzi anche i colori, proprio come faceva Schiele, parlando del rosso del sangue e dell’amore, opposto al bianco del silenzio e della morte, evidenziando bene questo eterno legame/conflitto.
La nostra riflessione potrebbe prendere molte altre strade, considerare tanti altri punti di vista. Indubbio è che l’amore è la massima esperienza di vita e di gioia che un essere umano possa provare. L’amore è il senso della vita: amare sè, amare gli altri, “morire per gli altri” è ciò che dà senso alle nostre giornate. Morire può anche essere solo un sacrificio, una rinuncia, fatta per la fidanzata, per un amico, per un figlio.
Dare la propria vita per un amore: la patria, la religione ecc. ecc. Morire in senso metaforico rinunciando per amore a una parte di sè.
Purtroppo amore e morte sono strettamente legati anche nel senso della perversione, della violenza, degli omicidi passionali, della gelosia. Esiste l’amore malato di chi se ne nutre come di una droga, una pozione che crea dipendenza, che annulla la propria identità. L’amore che ti uccide rendendoti un’ombra. Anche di questo parlavano con note tetre molte lugubri storie romantiche.
Ma non è a questo che vogliamo pensare riflettendo su “amore” e “morte”: è più bello soffermarsi a pensare come l’amore renda la vita degna di essere vissuta, e cacci via la paura della morte perchè lui (solo lui) riesce a durare per sempre e ad attraversare quell’oscuro passaggio come un ponte sicuro.

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